ago 9, 2012

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Acarajé sem saudade

Acarajé sem saudade

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il titolo della ricetta ha ben due nomi su tre intraducibili… Così prendo un po’ in giro la mia ‘parte traduttrice’ che si piglia tanto di quel tempo che invece dedicherei volentieri a questi ed altri manicaretti (molti dei quali scopiazzati da internet, una vera miniera di idee! ovviamente sempre citando la fonte!).

La saudade, come molti sapranno – ma non tutti come mi sto accorgendo in queste giornate ‘preparatorie’ – è una specie di malattia dell’anima tipica dell’ispirazione artistica e musicale brasiliana, una specie di malinconia mista a inquietudine, ma molto altro ancora (appunto, si tratta di nome intraducibile!). Scherzosamente mi piace veganizzare (anche questa una forma di traduzione…) le pochissime specialità di pesce che anche da vegetariana hanno esercitato su di me un grande fascino sensoriale e in questo caso anche letterario… Dopo il viaggio in Brasile, e in particolare a Salvador de Bahia, e dopo aver letto i romanzi di Jorge Amado (il mio preferito: Dona Flor e i suoi due mariti) l’acarajé è rimasto nel mio cuore… purtroppo insieme a qualche povero gamberetto malcapitato… (il viaggio si è svolto nel 2001, quindi si tratta di trasgressione compiuta da vegetariana dieci anni fa, tranquilli! L’ho già detto tante volte, comunque da vegana non ho più bisogno di questo tipo di trasgressione, cioè crudele marino, grazie alle veganizzazioni che ho scoperto e anche inventato a partire dalle vongole felici). Comunque ne ho mangiato uno solo in tutto il soggiorno, quello mitico di Cira a Itapoa! Faccio tardiva ammenda e per scusarmi con i poveri animaletti ho pensato di realizzare una versione ’senza saudade’ – cioè senza la tristezza e la fatalistica malinconia del gambero che silenziosamente da secoli si offre ai nostri palati…

Cucinare è anche un modo molto ecologico di viaggiare! Ci si può trasferire da un punto all’altro del globo con qualche piccola alchimia tra i fornelli… Negli ultimi anni, sia per ragioni economiche che di tempo, i miei viaggi si sono sempre più ridotti di raggio, ma la possibilità di riprodurre i sapori con una qualche verosimiglianza mi fa restare comunque in contatto con tante terre lontane, visitate e non. Certo, essere stati sul posto è un’altra cosa… la magia delle venditrici di questo magnifico street-food tropicale è irriproducibile. Le bahiane vestite tutte di bianco, con abiti lunghi, vaporosi e merlettati sono davvero visioni celestiali dietro fumosi fornelletti e microscopici baracchini… L’eleganza e cerimonialità dell’abbigliamento non è casuale. Quello che vendono è cibo sacro, prescritto dal rituale di uno degli orixà del candomblé, e cioè Oya Yansà, signora del vento e della tempesta – assimilata a santa Barbara (le divinità africane sono state sincretizzate con i santi cattolici).

Sicuramente queste sacerdotesse della cucina stradale arriccerebbero il naso di fronte al mio maldestro tentativo. Chiedo umilmente scusa a Oya-Yansà, ma si sa che anche le divinità e i santi si aggiornano nel corso del tempo… per cui oggi credo che apprezzerebbero un bel piattino vegan sui loro altari!

L’acarajé è una polpetta di crema di fagioli fritta che viene spaccata e condita con varie cose. Secondo alcuni il modo classico bahiano prevede vatapà, caruru, insalata e molho de pimenta, cioè le prime due degli intingoli con pesce e gamberetti e l’ultimo una salsetta che in comune hanno l’essere tremendamente piccanti (etimologicamente significa ‘mangiare fuoco’…). Per cui la ricetta va scomposta in varie fasi, a seconda di quello che si vuole mettere nell’acarajé. Io finora ho realizzato due versioni, una invernale molto modesta con uno stufato di puntarelle (hanno infatti una vaga rassomiglianza ittica, sembrano proprio dei gamberoni verdi!), zucca intagliata a spirale e ‘carapaci’ dei fagioli che non ho buttato – in questo caso ho improvvisato buttando in padella zenzero, comino, alloro, peperoncino e poi il pomodoro con le verdure.

Con la versione estiva mi sono documentata meglio sulle ricette degli intingoli di cui sopra e ho provato a farne delle versioni vegan. Ma cominciamo con l’acarajé, cioè la polpetta regina del piatto.

Acarajé (già vegan per natura)

Ingredienti
200 g di fagioli con l’occhio (li ho trovati facilmente a piazza Vittorio, a Roma – altrimenti si possono sostituire con cannellini)
1 cipolla
coriandolo o menta freschi
1 striscia di alga kombu

Questa è la ricetta che ho trovato più spesso in Internet a cui ho aggiunto la variante dell’alga. Apparentemente facilissimo, ma il problema è dato dalla sbucciatura dei fagioli, che prima di essere frullati vanno privati della pellicina. Secondo alcuni i fagioli vanno frullati grossolanamente prima di essere messi a bagno, in modo che le pellicine si stacchino da sole e vengano a galla, ma non dispongo dello strumento. Ho quindi ibridato questo consiglio con un altro che suggerisce di fare un’incisione con il coltello: ho tagliato i fagioli in due metà ad uno ad uno. Un lavoro atroce che non consiglio a nessuno: mi ha lasciato per mesi l’articolazione dell’indice destro infiammata. Nel secondo caso quindi, col senno di poi, ho messo a bagno i fagioli e li ho spellati con facilità, sempre però ad uno ad uno… una noia! Sarei curiosa di sapere come fanno le bahiane che non hanno come me il frullatore… eh sì che la ricetta dev’essere nata in tempi in cui questo arnese non doveva essere in circolazione… [in questo link ho scoperto finalmente qual è  il modo tradizionale in cui si preparavano i fagioli per l'acarajé, tritandoli su una pietra!]

Quindi i 200 g di fagioli, in apparenza pochi, in realtà sono veramente tanti quando li spellate uno per uno (e i fagioli con l’occhio sono sadicamente minuscoli…).

Comunque, una volta faticosamente prodotta la ciotola di fagioli nudi risciacquare e rimettere a bagno con l’alga kombu per un tempo a piacere, secondo come fate di solito o secondo le istruzioni sulla confezione. Poi frullare con il minipimer (questo per fortuna ce l’ho! Ma soltanto da un anno, in passato ho sempre fatto senza… ora non capisco nemmeno come è stato possibile vivere senza vellutate e creme di semi varie…), e quando si ottiene una soffice pasta bianca unire la cipolla tritata e le erbette a disposizione. Io ho messo delle capsule di coriandolo pestate nel mortaio e delle foglie di menta del mio vaso. L’alga invece lasciatela da parte per il caruru.

Amalgamare bene tutto, salare e far riposare un poco, magari aggiungendo della farina (se ce l’avete, di manioca) se la consistenza vi sembra troppo liquida.

Quindi si passa alla frittura. Se vi fate un giro in internet vedrete dal vivo molte bahiane do acarajé che rollano sui cucchiai le pastelle prima di tuffarle nell’olio e sono magistrali!

Io me la sono cavata facendole un po’ piccole, così produrrò più possibilità di assaggio vista la fatica intrapresa… Ma si può anche fare delle belle polpettone, con cui è più semplice assemblare lo street food.

Ho fatto delle monofritture per non sprecare una barca di prezioso olio evo sabino! E poi ne ho fritti solo due a testa, quindi quattro, il resto della pastella la porto domani con le salse da amici dove friggerò live!

Prima di friggere gli acarajé dovete decidere con cosa farcire. Sopra vi ho descritto il semplice intingolo che ho fatto quest’inverno (semplice per modo di dire – per fortuna che era Capodanno e quindi ho potuto indugiare un po’ di più in cucina).

Ora vi propongo invece la versione estiva, comprendente vatapà – un intingolo pomodoroso e pannoso con pesce e gamberetti che ho veganizzato utilizzando le zucchine e i loro fiori -, caruru – uno stufato con gamberetti e gumbo (verdura che le ricette propongono di sostituire con le zucchine, ma avendole già usate per il vatapà ho optato per un peperone gialloverde) -, insalata (ho fatto un mix di canasta e indivia con cetrioli e cipolla rossa, condita semplicemente con olio, salsa di soia e limone) e molho de pimenta, una salsina piccante.

Eccovi le veganizzazioni collaterali.

Vatapà vegan

Ovviamente si tratta di una libera variazione ispirata alla ricetta crudele!

Ingredienti
250 g di zucchine e relativi fiori annessi (in inverno sostituire con zucchina spinosa o sechium edule, cavolo rapa oppure rapa bianca)
un pezzetto di kombu (va bene quella usata per l’ammollo dei fagioli)
1/2 cipolla tritata
1 spicchio d’aglio a fette
½ cucchiaio di zenzero fresco grattugiato
2 piccoli peperoncini Jalapeno (ho usato quelli di una piantina di peperoncini verdi che stanno ormai diventando rossi, non credo che fossero quelli richiesti ma hanno funzionato)
8-10 pomodorini (o due pomodori grandi)
succo di 1 lime (io ho usato un limone di Sorrento)
un cucchiaio di alga nori spezzettata (al posto dei gamberetti secchi)
due cucchiai di arachidi tritate (ma nell’originale chiedono il burro)
1 tazza di brodo vegetale
1 tazza di latte di cocco
un ciuffo di coriandolo fresco tritato (io ho usato il prezzemolo)
sale a piacere
1 goccia di tabasco
olio evo q.b. (a sostituire l’olio di dende, ovvero di palma, ecologicamente scorretto)

A proposito del tabasco, una piccola digressione. Non rientra fra i condimenti che uso e comprarne un flacone per usarne una goccia mi pareva assurdo, così ho messo un cucchiaino della salsa di tamarindo e peperoncino indiana che mi è stata donata al Kabir fast food nei pressi di piazza Vittorio, dove ho fatto una graditissima sosta prima dello shopping dei prodotti esotici che mi servivano per questa e altre ricette in programma. Il locale è in via Mamiani 11, il cibo è divino e i prezzi leggeri, e c’è una bella scelta vegan (ma il locale purtroppo è onnivoro). Attenzione alla salsa con peperoncino verde e yogurth, che ho versato soprappensiero non considerando che non è yogurth di soya… i cui resti sto ormai consumando a casa…

Procedimento

In un tegame scaldate l’olio a fuoco medio. Unite cipolle, aglio, zenzero e peperoncini. Cuocere 10 minuti mescolando fino a che le verdure non sono ammorbidite.

Aggiungete i pomodori, il succo di lime o limone, l’alga nori, le arachidi (il burro o il trito), e continuate a mescolare per un minuto. Versare un po’ alla volta il brodo vegetale, un quarto di tazza alla volta, mescolando continuamente per mantenere il tutto morbido. Poi unite latte, coriandolo (qui ho messo proprio il coriandolo, ma in capsule pestate al mortaio – preferisco non cuocere il prezzemolo) e la goccia di tabasco (sostituita con un cucchiaino di salsa al tamarindo e peperoncino indiana).

In una padella mettere un filo d’olio e le zucchine alla julienne (forse sarebbe stato meglio sbucciarle per ’sbiancarle’ – ma ci ho pensato troppo tardi) in un solo strato (non stile minestra quindi). Appena iniziano a friggere versare la salsa già preparata e portare a ebollizione. Far cuocere otto minuti (se avete passato prima le zucchine a vapore, altrimenti cuocete anche 15-20 minuti) aggiungendo i loro fiori sfilettati e la kombu due minuti prima di spegnere.

Se lo servite come piatto a sé spremete del lime o del limone e guarnite con coriandolo o prezzemolo freschi.

Effettivamente il piatto è già gustoso di per sé e si può mangiare accompagnato da riso o altri cereali.

 

Ecco il risultato!

 

Caruru vegan

La ricetta onnivora a cui mi sono ispirata per la veganizzazione è quella di Mangiarebene.com. Segue la mia versione veganizzata e con quantità ridotte (va bene per condire i dieci-dodici acarajé di taglia piccola che vengono con le dosi segnalate sopra).

 

Ingredienti
200 gdi cipolline e 100 g di anacardi per sostituire i gamberi
curcuma e paprika (per speziare le cipolline)
mezzo peperone giallo-verde
‘carapaci’ dei fagioli messi in ammollo
un cucchiaio di alghe nori tritato per sostituire i gamberetti secchi
1 cucchiaio di farina di manioca (o altra se non l’avete)
125 dl di latte di cocco
2 cucchiai di arachidi tritate
un po’ di prezzemolo tritato (o coriandolo)
olio evo sabino (è quello che uso, ma va bene ogni olio evo o anche altro olio che di solito si usa per frittura)
½ cipolla tritata
5-6 pomodorini maturi
mezzo peperoncino verde tritato (o uno piccolo)

Procedimento
Qui si dovrebbe iniziare a saltare i gamberetti nell’olio, ma noi abbiamo delle dure cipolline… e allora le ho prima passate un paio di minuti al vapore e poi le ho messe in un tegamino con due dita di acqua in cui sono stati i fagioli a bagno con l’alga kombu (non era la prima acqua, avevo risciacquato dopo aver tolto le pellicine e poi rimesso a bagno con l’alga), aggiungendo un pomodorino, un po’ di paprika e di curcuma e l’alga kombu a strisce. Stufare un pochettino e spegnere, nel frattempo preparare una padella con un filo d’olio e friggere le cipolline un paio di minuti. Dopodiché lasciatele da parte mescolando agli anacardi (sentirete un odorino quasi da gambero…).

Se trovate delle cipolline piccole e rosse sarebbero l’ideale, altrimenti si potrebbe provare a stufare con un po’ di rapa rossa per rendere le cipolle rosee: purtroppo stavolta non l’avevo a portata di mano…

Nella padella riscaldata aggiungete un cucchiaio d’olio e versare la cipolla tritata finemente, appassirla per cinque minuti a fuoco basso finché è trasparente. Aggiungere quindi peperoncino verde, pomodorini, peperone, carapaci dei fagioli messi in ammollo per l’acarajé e alga nori. Unite la farina di manioca e il latte di cocco in una scodellina amalgamandoli bene, e versare poi in padella continuando a mescolare. Abbassare la fiamma e far stufare mezz’ora. Man mano ci ho aggiunto l’acqua di marinatura della kombu e un po’ di acqua di cottura delle zucchine che mi era rimasta. Passato questo tempo riversare le cipolline-gamberetto in padella e far cuocere cinque minuti girando di tanto in tanto. Alla fine aggiungere olio evo a crudo, prezzemolo (o coriandolo fresco se l’avete) e noccioline tritate, aggiustando di sale. Normalmente questo intingolo va servito sul riso.


Molho de pimenta e limao

Ingredienti
2 peperoncini verdi
½ cipolla finemente tritata
una punta d’aglio in polvere
mezzo limone spremuto
Procedimento
Tritate tutto e fate marinare almeno quattro ore in frigo prima di servire.

Dunque, ora avete tutti i componenti: spaccate in due l’acarajé e buttateci dentro vatapà vegan, caruru vegan, insalata e molho de pimenta e limao. Io ci ho messo anche una goccia delle salsine portate dal fast food indiano e ho accompagnato il tutto con un avanzo di friggitelli fritti del giorno prima (tanto per restare sul leggero…). A Bahia invece la succulenta polpettona ve la poggiano su un quadratino di carta, calda calda, con tutti gli intingoli e robe varie che scappano fuori (il Brasile in cucina ha un culto della generosità debordante…).

Beh, devo dire che il risultato pur non conforme all’originale (attendo magari qualche utile suggerimento da brasiliani veg!) è stato di una bontà sublime…

Da preparare ascoltando Gilberto Gil e la sua Todas meninas bahiana (c’è pure una bahiana do acarajé!).

Nota di ripubblicazione

(Prima versione: Veganblog, 24 agosto 2009, vegchef Mariagrazia) Se rifacessi oggi il piatto abolirei fritto e soffritti. Le polpette le cuocerei in forno magari rendendo l’impasto un po’ più consistente e i soffritti li farei all’acqua pazza! Si tratta di un piatto che vedo molto bene per le feste, ma nella versione invernale con puntarelle e zucca, mi raccomando! o altre verdure invernali che vi ispirano per la sostituzione degli ingredienti crudeli, sbizzarritevi ed evitate zucchine e peperoni in inverno!

Ciao da una bahiana in Sabina!

ago 9, 2012

Inserita da | 39 Commenti

  1. felicia dice:

    Formidabili!!!!!!!!!! sei fantastica e che pazienza :-) mi piace la foto della bahiana in Sabina, complimenti :-)
    Domandina: per poter spellare senza problemi i fagioli dell’occhio si posso utilizzare cotti e passarli al passaverdure?
    Quando voglio ottenere delle puree senza buccie passo tutti i legumi al passaverdure, in questo modo elimino tutto senza lavorare troppo. Potrei reinpretare le mie polpette aromatiche, cambiando fagioli e abbinamento, mi è venuta un’idea mentre leggevo il tuo post…….. complimenti per le salse d’accompagnamento!!!! Fantastiche, non saprei proprio quale scegliere

    • MaVi dice:

      La pazienza è una parola che nella mia cucina non entra! solo passione ed entusiasmo! Il giorno che mi sembrerà di provare il minimo sacrificio in cucina non ci metterò più piede, ci sono tanti modi express e sani di alimentarsi! prima di tutto tanta frutta!
      In questa ricetta tradizionalmente si usano fagioli crudi che vengono cotti solo in frittura, come la falafel.
      Il problema per me era proprio questo: come sbucciare fagioli crudi? Ma ora ho trovato la soluzione, battendoli con una pietra prima di metterli in ammollo! così richiede la vera ricetta tradizionale come ho scoperto in internet (ora non ho il link sottomano).
      Ovviamente se tu vuoi fare la tua versione di polpetta di fagiolo cotta non c’è problema, basta non chiamarla acarajé!
      Detesto l’uso del passaverdure! preferisco il mixer oppure la forchetta!!! :smile:
      sono contenta che il mio post ti ha fatto venire qualche idea, come del resto a me i tuoi! :smile:
      Gli accompagnamenti non sono salse, o meglio lo è solo il molho do pimienta, invece caruru e vatapà sono dei secondi o piatti unici che vengono anche serviti con riso, simili ai piatti indiani per capirci, i vari curries…
      Ovviamente sapresti bene cosa scegliere: il mio Vatapà a base di zucchina! Ma anche il caruru veg si può fare sostituendo al peperone a cui so che sei allergica la zucchina! puoi farne quindi la veganizzazione adatta a te!
      abbraccio ovale
      ;)

    • felicia dice:

      Hai proprio ragione, cuocendo i fagioli si stravolge la ricetta, perde significato. Ti sei cimentata in un’impresa molto ardua……. i fagioli dell’occhio sono proprio piccoli…. anche da cotti si sbucciano a fatica, posso capire perfettamente l’impegno nella preparazione di queste solo apparentemente, semplici polpettine!!!!! Sei stata grandiosa :-)

      • MaVi dice:

        Sì, io cercavo proprio di riprodurre il fantastico cibo di strada mangiato a Bahia!
        e devo dire che oltre all’occhio anche al gusto ci sono abbastanza riuscita… almeno per la mia percezine soggettiva…
        La gioiosa fatica mi ha ripagato e poi ho potuto offrire uno spicchietto di Brasile a tanti amici che non ci sono andati, perché quel vassoio fotografato in copertina sono gli acarajé fritti a casa di un’amica il giorno dopo, dove c’era una numerosa tavolata!
        E’ senz’altro un piatto impegnativo da grandi occasioni! eppure in Brasile lo vendono per strada!
        ;)

  2. virginia dice:

    intanto .. mi congratulo per le belle foto(rendono particolarmente succulente le ricette proposte..immaginare il tutto -sapori ed odori- sarebbe uno sforzo notevole per una come me)
    poi ti illustro la mia maniera di sbucciare i fagioli:- li metto in ammollo la sera prima con un pochino di bicarbonato e la mattina li metto a cuocere con acqua pulita,avendoli preventivamente lavati in acqua calda, affiorano le pellicine e le puoi prendere con la schiumarola.. faccio lo stesso coi ceci…
    preferisco la versione estivaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa con tutte le verdure che ci sono in questo periodo, aivoglia a variare…. :-)

    • MaVi dice:

      Sono contenta che le foto ti danno anche un’idea del gusto colorato di questo piatto da strada! una sensazione unica sgranocchiarlo sulla spiaggia di Bahia… ma in sua mancanza, accontentiamoci! :smile:
      Il tuo metodo di sbucciamento dei fagioli l’ho provato anch’io, ma non tutti perdono la pellicina così spontaneamente, tocca sempre sgusciarli uno per uno…
      Hai ragione, con tutte le verdure di questo periodo si può veganizzare vatapà e caruru in mille modi!
      abbraccio ovale
      ;)

      • virginia dice:

        sfrega i fagioli crudi fra le mani.. così darai loro “una smossa”…poi prosegui.. ciao

        • MaVi dice:

          e proveremo anche con la “smossa”, anche se ho trovato il trucco delle bahiane ai tempi in cui non avevano il frullatore: una bella pietra! e queste in casa non mi mancano!
          ;)

  3. Stefano Panzarasa dice:

    Piatto gustoso, splendida la bahiana sabina..
    Oya Yansà, signora del vento e della tempesta, allieterà con un fresco soffio queste calde serate sabine, La Dea sa ormai sicuramente che il Popolo dei Gamberetti preferisce vivere serenamente in mare piuttosco che morire tristemente in padella…

    • Stefano Panzarasa dice:

      Incredibile ma la sera stessa il venticello fresco è arrivato davvero e il giorno dopo c’era ancora…
      Grazie Oya Yansà, eravamo sicuri che avresti capito!

    • MaVi dice:

      Oya-Yansà pare aver accettato il dono, e fino ad oggi soffia davvero qui una freschissima brezza!
      è un piatto-magan come direbbe la nostra Annaperenna! funziona persino a livello virtuale!
      ;)

  4. Barbara dice:

    Non avendo mai smesso di visitare il tuo blog anche se ho sospeso i commenti per diverso tempo, stavolta proprio non riesco a fare finta di niente e lasciare la pagina senza averti fatto grandi complimenti per la pazienza, il dettaglio, la spiegazione e la golosità di questa pluri-ricetta.
    Quando vedo una cosa bella e fatta con amore, mi piace riconoscerlo. E tu fai le cose con amore.
    Non aggiungo altro, brava :)

    • MaVi dice:

      ringrazio Oja-Yansà (alias santa Barbara) per questo nuovo incontro. Pensa che ho in bozze questa ricetta da quest’inverno, attendeva un momento propizio…
      ho pure scoperto che santa Barbara da Nicomedia si è trasferita qui a due passi, nel paesetto di Scandriglia (uno dei comuni del parco dei monti Lucretili). Quando tante coincidenze si assommano entriamo nel territorio affascinante della sincronicità!
      Un abbraccio ovale
      ;)

      • Barbara dice:

        ne sono felice. veramente.
        grazie, ti abbraccerò con piacere il 2 settembre :D

        • MaVi dice:

          non so ancora se potrò partecipare al vegraduno, per ora accontentiamoci di un abbraccio oval-virtuale! sarei felice anch’io di abbracciarti dal vero!
          ;)

  5. annaperenna dice:

    Queste ricette mi sembrano focose e scoppiettanti come lo spirito di Santa Barbara che a quanto pare è stato qui invocato e ha risposto prontamente. Per la verità, la Signora dei Venti e delle Tempeste avrebbe potuto essere un po’ più generosa e regalarvi anche, oltre alla brezza – che comunque è meglio di niente – qualche passaggio di temporale con una bella pioggia penetrante, visto che ne cade pochina negli ultimi tempi almeno al centro-sud, e mi par di capire che ce ne sarebbe estremo bisogno. Soprattutto per rialzare i livelli delle falde.
    Ma la orixa del candomblé, la figura sacra animista, Oya Yansà, se non sbaglio deve avere origini africane, non è così? E non è forse una rappresentazione sacra di certi elementi naturali di potenza fecondatrice, come il temporale e l’acquazzone che fecondavano le terre riarse in Africa?
    Continente Nero, potenza, fecondità…potrei immaginarmela, allora, come una variante di Madonna Nera. E poi la si vede che porta una spada, proprio come certe figure di Santa Barbara, che peraltro ha un elemento nero nel suo albero genealogico. Qui c’è sotto qualcosa…:)
    Forse Oya Yansà, Santa Barbara e la vecchia cara Medusa assieme, potrebbero aiutarci a spiegare com’è che ci ritroviamo con questa crisi climatica e ambientale?

    • MaVi dice:

      Hai ragione, il temporale c’è stato ma a Roma, la dea non conosce bene il nostro territorio, si muove tra Africa e America di solito! :lol:
      A parte gli scherzi, l’acqua servirebbe per riempire le nostre falde che spesso sono a livelli da allarme siccità… ma non basta che piova, purtroppo è l’agricoltura industriale che si beve l’80% (circa, cito a memoria) delle nostre risorse idriche…
      Oya Yansà come dicevo sopra parte dall’Africa e si trasferisce con i suoi figli schiavizzati in America… Certo c’è la connessione con il ciclo della fecondazione naturale, infatti i miti la vedono come una delle spose di Xango, dio del fuoco (si pronuncia Sciangò, uno dei miei gatti più amati l’avevo chiamato così…).
      Più che variante della Madonna Nera, direi che potrebbe esserne la lontanissima antenata, dato che secondo le ipotesi della Birnbaum la madonna nera non è altro che la trasformazione del culto della Dea africana portato in Europa nel periodo delle migrazioni paleolitiche (testimoniato dai ritrovamenti delle abbondanti Veneri paleolitiche).
      Vedo che è scattata la curiosità da ricercatrice… io per il momento ho in programma di visitare la chiesa di santa Barbara a Scandriglia! sul quesito climatico e ambientale potrebbe sicuramente raccontarci molto… per il momento lo vedo come un cammino di dissociamento fra esseri umani e natura cominciato piano piano quattro-cinquemila anni fa!
      ;)

      • annaperenna dice:

        Nella leggenda della Santa Barbara c’è un elemento che la connette – con un balzo di millenni – al mito della Gorgone Medusa: la Medusa che un tempo gioiva (angolo della bocca all’insù) poi ha dovuto smettere di gioire (angoli della bocca volti all’ingiù) e l’eroe / patriarca Perseo le ha tagliato la testa, cosi come S.Barbara è stata decapitata da suo padre (e altre mutilazioni che per pietà non menziono). Che ci sia un nesso fra tutta questa spiritualità femminile tranciata e il problema dell’esaurimento delle scorte idriche? E con il problema di una crisi climatica a cui l’eroe patriarcale non sa più come porre rimedio?
        Il nome di Barbara poi è caldo, ma non come “hot”, bensì come “warm”, tramite il nome celtico di Borbeth, Worbeth, warm. Borbeth è la Dea del caldo protettivo del ventre materno, della parte interna della montagna, che protegge e ripara; ecco perché è anche protettrice dei minatori.
        In una miniera nell zona dell’alto Danubio è anche stata trovata una statuetta con un genio seduto, con un cappuccio sulla testa.
        Auguro che il tuo pellegrinaggio alla chiesa di S.Barbara sia magan!
        Abbiamo bisogno di tutte le sante, le madonne nere. bianche, rosse le orixá e le meduse possibili e reperibili, e anche di quelle attualmente irreperibili, per sentire il richiamo della nostra unica Madre.

        • MaVi dice:

          Oggi per me è una giornata speciale, perché sarebbe stato il compleanno di mia mamma, se lei fosse ancora qui…
          Il tuo commento lo considero un regalo per lei! lo prendo in consegna temporanea fino a che non potrò passarglielo direttamente!

          Certo che c’è un nesso fra tutti questi miti di “spiritualità femminile tranciata” e l’emergenza idrica. L’acqua è l’elemento femminile da cui è nata la vita, non c’è da meravigliarsi che vada a difettare in un mondo sbilanciato in senso patriarcale! Hai messo il dito nella piaga!

          C’è bisogno anche di ritrovare la lupacchiotta che sonnecchia in tutte noi…
          ;)

          • annaperenna dice:

            Allora mi perdonerai – mi perdoneranno tutte – se aggiungo ancora qualcosa. Nel commento precedente avevo steso un velo pietoso sul martirio di S.Barbara, ora chiedo scusa ma voglio mettere in vista un altro simbolo. Oltre al taglio della testa, come atto del dominio da parte del patriarcato, Barbara / Borbeth /Warbede / Gberbet, come è chiamata con altri nomi europei, subisce anche l’oltraggio del taglio delle mammelle. Se il suo nome fa pensare a lei come alla Santa che protegge, mette in salvo, ripara (verbo “bergen”), e alla Dea della montagna (“Berg”), che partorisce (“gebaeren”) le sue mammelle possono essere a loro volta viste come montagne o colline, da cui sgorga il latte della vita, l’acqua.
            Tempo fa mi è capitato di vedere un documentario con interviste agli abitanti del Mugello, una conca collinare verdeggiante e ricchissima di acqua potabile e ruscelli. Solo che gli abitanti si lamentavano perché da un paio d’anni a questa parte la zona, da umida e verdeggiante che era, si sta rapidamente disseccando. L’acqua non sgorga più. È successo che la montagna è stata traforata, violentata per il passaggio della tratta ad alta velocità. Le mammelle sono state tranciate e violate con un colpo patriarcale dei soliti noti eroi, da esse non sgorga più il latte della vita.
            Ma attenzione, eroi, ché la Santa non solo sa scatenare le tempeste, ma ha una spada che non perdona!

            • Stefano Panzarasa dice:

              Risponde il geologo…
              Succede sempre così, quando si traforano le montagne si intercettano le falde acquifere e l’acqua viene pompata via e riversata a valle in luoghi ovviamente diversi dai suo percorsi originari…
              La dea Natura sacrificata per il Dio Velocità…

              • annaperenna dice:

                …Ecco, vedi, non occorre rivolgersi alla saggezza degli antichi o delle madri e antenate: lo sanno perfino i geologi moderni, che a traforare le montagne si sconvolge l’equilibrio delle acque. Ma non li hanno interpellati, prima di fare quei lavori di traforo? :-)
                Purtroppo, c’è poco da ridere, e anche da queste parti nelle Alpi si sta procedendo a bucare le montagne per fare un megatunnel.
                E così si perderanno le sorgenti, ma anche tanta bellezza, la bellezza del corpo della Santa.

                • MaVi dice:

                  Per preservare le nostre montagne si dovrebbero avere nuovi miti e rifondare la nostra cultura, la scienza dovrebbe aprirsi a nuove strade più naturali e meno tecnologiche… secondo Thomas Berry noi siamo a un bivio: proseguire verso il Tecnozoico (destinazione, fine dell’umanità) oppure verso l’Ecozoico (trasformazione per l’umanità). A noi la scelta! Per sincronicità ho saputo dalla figlia di Marija Gimbutas che a Santabarbara (!) ci sarà a fine agosto un Sympozium on Myth, organizzato dalla Pacifica graduate institute, il centro sorto alla memoria di Joseph Campbell che ospita anche l’archivio di Marija Gimbutas, sua amica. Impossibile andarci, ma bello sapere che ci sarà!
                  C’è tanto lavoro da fare… grazie a voi per tutti i vostri semini!
                  ;)

                  • veRita dice:

                    che meraviglia!!! non solo la ricetta, ma anche gli interessantissimi commenti di tutti voi. grazie!

                    • MaVi dice:

                      grazie, ci fa piacere che gradisci le chiacchiere con cui condiamo questi piatti ecozoici!
                      abbraccio ovale
                      ;)

                    • Stefano Panzarasa dice:

                      Per Annaperenna, certo che i geologi sanno che traforando le montagne si intercettano le falde acquifere, si seccano le sorgenti di montagna, si sconvolgono gli ecosistemi fluviali, ecc. ma i tunnel li “fanno” i politici, gli economisti e il grande capitale, al massimo i geologi possono essere conniventi…

  6. Fernanda dice:

    Che piacere trovare questa rivisitazione del “acarajé”! Complimenti per aver conservato le caratteristiche della ricetta originale (croccante e molto saporita) anche nel mondo vegan, rendendola altretanto invitante e stuzzicante.
    Ti saluto nella speranza che questo non sia un esperimento isolato! :)

    • MaVi dice:

      Che bello, sono felice della tua testimonianza di nativa! Sì erano veramente croccanti e saporiti, tutti li hanno graditi!
      Continuerò sicuramente questo genere di esperimento! :smile: Proprio questa settimana ho rifatto il vatapà a modo mio partendo da un’altra ricetta trovata in rete, servito con riso e polentina di miglio al sapore di mare! troppo buono! penso proprio che la cucina brasiliana sia ricca di spunti di ispirazione per i miei gusti!
      E’ proprio nel tuo paese che ho mangiato la torta più buona di compleanno, comprata in un qualunque supermercato! Siete grandi!
      ;)

  7. Cinzia&Cono dice:

    Ci auguriamo di poter gustare presto una tua specialissima ricetta! :)

    • MaVi dice:

      Certo, stupirvi ancora la prossima volta dopo il vatapà edizione speciale che vi ho fatto assaggiare non sarà facile… ma ci proverò!
      abbraccio ovale a tutti e due!
      ;)

  8. Note di cucina dice:

    Ma che bel post ricco, Mavi! Non solo di prelibatezze, ma anche di contenuti e riflessioni. Da musicisti non possiamo che apprezzare i riferimenti alla saudade, da amanti della cucina, invece, ti facciamo i soliti mille complimenti per l’inventiva e la continua voglia di sperimentare :-) .

    • MaVi dice:

      Pensa, questa è una delle prime ricette che ho pubblicato tre anni fa… e da allora le sperimentazioni non si sono mai fermate, a dire la verità continuano a getto continuo e ne sono quasi preoccupata…
      un abbraccio ovale di bentornato
      ;)

  9. Cinzia&Cono dice:

    è un vero piacere estetico e fantastico leggere quanto amore poni nella tua arte di dare vita a cose che spesso diciamo morte ,poi confesso che mangiare le tue creazioni è molto piu ,grazie a te che ci hai resi partecipi.Un abbraccio ovale ad una creatura speciale.

    • MaVi dice:

      grazie, siete davvero carinissimi. Non penso di essere speciale, solo di essere finita sul pianeta sbagliato al momento sbagliato!
      abbraccio ovale anche a voi!
      ;)

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